mercoledì 4 novembre 2015

L’Europa non finanzierà più la corrida



di Lorenzo Brenna *

Il Parlamento europeo ha deciso di eliminare i fondi destinati agli allevamenti di tori per la corrida. 

Purghe e droghe, colpi sui reni con sacchi di sabbia, limatura delle corna per amplificarne la sensibilità al dolore, trementina sulle zampe, vasellina negli occhi e sulle mucose del naso, spilli infilzati nei testicoli. Queste sono solo alcune delle torture cui vengono sottoposti i tori prima di entrare nell’arena per partecipare a quello che viene definito uno “spettacolo folkloristico e di interesse culturale”, la corrida. Fino ad oggi queste torture, inflitte ad animali erbivori dall’indole gentile e mansueta, venivano finanziate con i contributi dei cittadini europei. Ogni anno infatti la Comunità Europea, nell’ambito delle politiche agricole, stanziava ben 129,6 milioni di euro per finanziare gli allevamenti di tori da corrida in Spagna, Francia e Portogallo.

Mercoledì 28 ottobre, finalmente, è arrivata la svolta. Con 438 voti a favore e 199 contrari, il Parlamento europeo ha approvato un emendamento che cancella i sussidi per gli allevatori di tori da combattimento. La decisione è arrivata dopo anni di proteste, nel 2013 l’associazione Animalisti Italiani Onlus aveva presentato una campagna contro le corride e lo spreco di denaro pubblico europeo, evidenziando come fondi che dovrebbero andare al sostegno dell’agricoltura, contribuiscono alla tortura ed uccisione di almeno 40mila tori l’anno. Lo scorso anno un simile emendamento era stato bocciato a causa della mancanza del quorum necessario, i 58 parlamentari astenuti hanno permesso l’approvazione dei finanziamenti. Nonostante l’interruzione dei finanziamenti lo stato spagnolo continua a rivendicare il valore culturale tradizionale della corrida. È dunque probabile che sopperirà alla mancanza dei fondi europei con propri stanziamenti. I numeri però indicano l’inesorabile declino di questa barbarie, il 72 per cento degli spagnoli sarebbe infatti favorevole all’abolizione delle corride, “spettacoli” che si reggono ormai esclusivamente sui turisti. 

La strada è ancora lunga, escluse le corride sono numerose e radicate le sagre in tutta Europa che prevedono lo sfruttamento di varie specie animali, ma il cambiamento è in atto e un giorno non avremo più bisogno di infliggere dolore e morte per divertirci.

* da www.lifegate.it     -  29 ottobre  2015

giovedì 6 agosto 2015

Ne rimarrà soltanto uno (forse…)



  di Alessandro Graziadei  (da  unimondo.org ) *

Era toccato alla tigre di Giava negli anni ‘80, allo stambecco dei Pirenei nel 2000 e al delfino di Baiji River nel 2006 solo per citare alcuni tra i più famosi. Ora tocca a Sudan, l’ultimo rinoceronte bianco settentrionale di sesso maschile rimasto sulla faccia della Terra e già idealmente catalogabile come l’ultimo rappresentante di una specie destinata all’estinzione, visto che è ormai troppo vecchio per riprodursi. Negli ultimi decenni il rinoceronte bianco settentrionale, una delle due sottospecie di rinoceronte bianco, ha vissuto principalmente nelle praterie di erba alta e nella savane di Uganda, Ciad, Sudan, Repubblica centrafricana e Repubblica Democratica del Congo, ma dal 1960 il numero di esemplari di questa specie è calato drasticamente, passando dai circa 2mila ai 7 censiti nel 2009. Le cause principali di questo drammatico declino risiedono nella deforestazione selvaggia e nelle caccia finalizzata al contrabbando di corni, che sul mercato nero valgono attualmente più di oro, diamanti e cocaina

Dal 2009 Sudan, al quale è stato anche asportato il corno per scoraggiare i bracconieri, vive nella riserva Ol Pejeta in Kenya, dove è sorvegliato 24 ore su 24 da una squadra di ranger armati, che lo proteggono da un possibile attacco da parte dei bracconieri. La tenacia con cui i ranger proteggono Sudan ha oggi un forte valore simbolico e racconta come l’uomo sia una continua e costante minaccia alla biodiversità, ma anche un' argine al bracconaggio e una risorsa visto che ad oggi i tentativi di fecondazione in vitro del rinoceronte bianco settentrionale rappresentano l’unico modo per sovvertire gli esiti di un’estinzione ormai certa. Negli ultimi anni lo sperma di rinoceronte è stato raccolto e congelato, tuttavia, i tentativi di fecondazione artificiale compiuti finora non hanno dato esito positivo. In alternativa, nella riserva di Ol Pejeta, si stanno già cercando di incrociare naturalmente le due femmine di rinoceronte bianco del nord con un maschio del sud, una soluzione che non porterebbe a una progenie pura al 100%, ma permetterebbe di conservare almeno una parte del patrimonio genetico della specie
Le attenzioni per Sudan sono certamente pari a quello per il leone Cecil, uno degli animali più famosi del mondo che per 13 anni è stato il simbolo del Parco Nazionale Hwange nello Zimbabwe. Anche se non rientra in una specie a rischio di estinzione (non per adesso almeno) il grosso maschio dal 1999 faceva parte di un programma di studio dell’università di Oxford che sta cercando di determinare l’impatto dei safari sulla popolazione di grandi felini. Purtroppo è stato ritrovato ucciso il 1 luglio scorso e le autorità hanno fatto sapere che stanno ricercando un dentista del Minnesota, Walter Palmer, non nuovo ad esperienze del genere, sospettato di aver pagato 50.000 dollari per poter uccidere il più celebre leone del Paese africano. Già nel 2006 Palmer era stato processato per l'uccisione di un orso bruno nel Wisconsin, ricevendo un anno di sospensione dalla caccia e circa 3mila dollari di multa. Intanto il dentista del Minnesota è stato sommerso di critiche sul web per la vicenda legata a Cecil. Su Internet la petizione "Giustizia per Cecil" ha raccolto quasi 700mila firme digitali. In seguito alle proteste anche il suo studio dentistico, preso di mira dagli ambientalisti, ha sospeso la sua attività.
La morte del felino è stata confermata anche dalla Zimbabwe Professional Hunters and Guides Association (Zphga, l’associazione dei cacciatori dello Zimbabwe) che ha annunciato che sono già stati arrestati, con l'accusa di bracconaggio, il cacciatore professionista Theo Bronkhorst e il fattore Honest Ndlovu. I due avrebbero aiutato il killer di Cecil. Purtroppo l’uccisione di leoni non è un fenomeno isolato. Secondo i ricercatori di Oxford che seguivano Cecil con il GPS, "dal 1999 sono morti 34 dei 62 leoni che stavano studiando nell’Hwange, 24 di questi sono stati ammazzati da cacciatori". Senza contare che il bracconaggio dei leoni maschi dominanti fa anche delle vittime collaterali visto che i 6 cuccioli figli di Cecil verranno sicuramente uccisi dal nuovo maschio che prenderà il comando del suo ex branco.

Beks Ndlovu, di African Bush Camps, da anni impegnata ad organizzare safari naturalistici in Africa ha ribadito la sua contrarietà alla legalizzazione ed alla pratica della caccia dei leoni in qualsiasi area. "Personalmente chiederò ai Parchi Nazionali dello Zimbabwe ed ai funzionari del Governo che si impegnino a fermare immediatamente la mattanza di leoni” ha dichiarato Ndlovu preoccupato per quel che è successo al pari di molte altre organizzazioni ambientaliste ed animaliste. Cecil era molto conosciuto e tanti turisti venivano a vedere questo animale e la sua famiglia. Per lo spagnolo Luis Muñoz, direttore dell’Ong Chelui4lions, si tratta di “un caso simbolo” che “evidenzia il problema della caccia incontrollata in Africa. Certo è che la morte di Cecil sta aprendo gli occhi al mondo su quel che succede in Africa”.

Ma rinoceronti e leoni non sono la sola specie in pericolo. Tra loro possiamo tranquillamente inserire anche i guardia parco. Un caso esemplare è quello del Parco di Virunga in Congo dove sono ormai 140 le guardie uccise negli ultimi vent’anni in scontri coi bracconieri che ammazzano i gorilla per farne souvenir. Non sarebbe esagerato dire che si tratta di una professione quasi estinta o che almeno lo sono alcuni dei suoi più coraggiosi interpreti. L’ultima battaglia è avvenuta qualche settimana fa e ha lasciato a terra in questa foresta da “cuore di tenebra” undici guardie forestali che avevano firmato per proteggere gli ultimi ottocento gorilla di montagna Silverback del Congo, e invece si sono ritrovate in guerra, la stessa che riporta alla mente il sacrificio di Dian Fossey, la zoologa americana che fu uccisa in Ruanda mentre lavorava per salvarli. 

Virunga ha insieme la fortuna e la maledizione di possedere tutto dentro i confini di un parco che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità: montagne imperiose come la catena del Rwenzori, pesci a non finire nel lago Edward e poi miniere d’oro, giacimenti di petrolio, fitte foreste per legname e carbone di contrabbando, il tutto al crocevia della guerra che dilania il Congo da oltre vent’anni, e ha fatto tra i 5 e gli 8 milioni di morti, tenendo ben distanti dal Parco quei turisti che con le loro visite dovrebbero insieme proteggerlo e aiutare a finanziarlo. Ad aiutare il Parco c’è adesso l’Unione Europea, che ha affidato i programmi di cooperazione ambientale prima al piemontese Filippo Saracco e ora al lombardo Daniele De Bernardi. “La sfida - ha recentemente spiegato De Bernardi - è dimostrare alla popolazione che il parco è una risorsa anche per loro”.  Ad esempio attraverso la costruzione di centrali idroelettriche come quella di Mutwanga, e quella che verrà inaugurata a Matebe in dicembre. “Prima, quando passavano le auto delle guardie forestali, la gente tirava sassi. Ora che hanno portato l’elettricità, nei villaggi applaudono” ha concluso De Bernardi. Basterà per lasciare meno sole le guardie e i gorilla? Anche qui il rischio è che ne potrebbe rimanere soltanto uno (forse…).

*  31 luglio 2015 - Foto: Unimondo.org

venerdì 26 dicembre 2014

E' uscito Pelo & Contropelo periodico animalista


E' uscito l'undicesimo numero del periodico animalista  gratuito Pelo & Contropelo

In questo numero :
Sperimentazione animale: al via il nuovo decreto  legislativo
Richiami vivi , la natura dietro le sbarre
Gli italiani e gli animali secondo il rapporto Eurispes

Diritti animali in Italia: “Io non posso entrare”



di Alessandro Graziadei   *

Nell’Insostenibile leggerezza dell’essere lo scrittore ceco Milan Kundera scrive una frase di fondamentale importanza per capire l’animo umano: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dellumanità, lesame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento delluomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri”. Forse anche per questo contro il decreto legislativo che depenalizza i cosiddetti reati minori, fra cui quelli contro i diritti animali, varato dal Governo nelle scorse settimane, le associazioni animaliste si sono dette pronte a dare battaglia anche in Parlamento.
È quanto hanno dichiarato a Milano il 14 dicembre i rappresentanti delle 34 associazioni riunite nella Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente, l’organizzazione che mette in rete le principali realtà attive nella tutela dei diritti e del benessere degli animali (a cominciare delle cinque fondatrici: Lav, Enpa, Oipa, Lega del cane e Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente) intervenute assieme al movimento La coscienza degli animali alla presentazione del manifesto “Animali e ambiente: dal cuore alla Costituzione”. Il manifesto rappresenta lo spunto più completo per una proposta di legge che vuole rivedere l’articolo 9 della nostra Costituzione, inserendo la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e di tutte le specie animali laddove oggi è tutelato solo il paesaggio, concetto soggettivo e decisamente meno comprensivo.  

Il movimento nato dalla volontà di Michela Vittoria Brambilla e Umberto Veronesi di dare voce a chi voce non ha e contribuire in maniera significativa alla creazione di una nuova cultura di rispetto dei diritti animali ha rivendicato proprio l’urgenza “di accogliere, tra i beni e i valori tutelati dai principi fondamentali della nostra Costituzione, l’ambiente, gli ecosistemi e gli animali in quanto esseri senzienti, capaci cioè di provare piacere e dolore e come tali degni non solo di rispetto, ma anche di una diversa considerazione giuridica”. Di questa evoluzione hanno già preso atto, almeno in parte, l’Unione europea con il Trattato di Lisbona e numerose Costituzioni come quelle di Germania, Austria e Svizzera. Di qui la richiesta, rivolta al Parlamento, di aggiornare anche su questo punto la nostra Carta costituzionale e di non peggiorare l’attuale legislazione con un decreto giudicato altamente inopportuno. “È molto pericoloso quanto ho letto nella bozza di questo decreto - ha spiegato la Brambilla – e sicuramente daremo battaglia. Non si può con un colpo di spugna cancellare i reati considerati meno gravi, perché questo vorrebbe dire che tutte le conquiste per punire il maltrattamento verso gli animali, come il traffico di cuccioli, i combattimenti e tutti i reati a danno dei nostri piccoli amici, verrebbero d’un tratto stracciati”.

Per gli animalisti italiani questa sembra essere la madre di tutte le battaglie. “Crediamo che vi siano le condizioni politiche e culturali per cambiare prospettiva e adottare una soluzione più moderna nel definire lo status giuridico degli animali: all’alba del XXI secolo non possono essere ancora considerati cose” hanno spiegato gli animalisti. Una delle conseguenze più drammatiche di questo vuoto legislativo è per l’Enpa l’importazione e la commercializzazione illegale di cuccioli di razza, reato spesso legato al maltrattamento di animali, frode in commercio e falsificazione di passaporti canini. Uno spaccato drammatico del mondo che si cela dietro questo mercato è stato recentemente fornito da un'inchiesta giornalistica realizzata dalla Televisione della Svizzera italiana (RSI), che si è avvalsa della collaborazione di Ermanno Giudici, presidente proprio dell’Enpa di Milano e Capo del Nucleo delle Guardie Zoofile del capoluogo lombardo per smascherare una rete di trafficanti dell’est Europa che nei paesi di origine si collocano su più livelli di malaffare.
Si tratta per lo più di persone che sfruttano allevamenti fai da te e si avvalgono di intermediari-trasportatori che fanno da punto di contatto tra le tante case dove si allevano i cani e alcuni distributori senza scrupoli in Italia,  Francia,  Spagna e  Germania dove i cuccioli sono spesso commercializzati sotto i limiti di età che invece richiederebbe la legge. Cuccioli piccoli, per far presa sull’acquirente, ma anche per ridurre i costi di mantenimento degli animali, che vengono spediti appena possono essere minimamente autonomi, senza vaccini e rischiando di morire già durante il viaggio. Grazie all’uso di telecamere nascoste, gli inviati della RSI hanno potuto documentare tutti gli incontri avuti con i venditori e registrare le loro dichiarazioni. Le prove non sono utilizzabili per un processo in Italia, ma sono un’utile indicazione per alcune delle tesi investigative che da tempo circolano nell’ambiente delle forze di polizia che contrastano il fenomeno: i passaporti, cioè, potrebbero essere contraffatti sulla data di nascita del cane oltre che sulla reale esecuzione del vaccino contro la rabbia, obbligatorio per direttiva europea. Le conseguenze? Molti svizzeri che avevano comprato il cagnolino appena oltre frontiera, in Italia, sono dovuti incorrere in ingenti spese veterinarie, per non parlare della frequente morte dell’animale. Intanto, anche per quest’anno, i “regali di Natale provenienti dall’Europa dell’est sono arrivati” ha ricordato l’Enpa, che lancia un invito: “Chi desidera un cane si dedichi veramente ad una buona azione, adottando uno dei tanti trovatelli ospiti dei rifugi”

Per la Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente occorre contrastare questi traffici e per farlo c’è l’urgente bisogno di fermare questa depenalizzazione, mentre aspettiamo un adeguamento della nostra Costituzione. Perché se come suggeriva Kundera è possibile scoprire molto dalle persone e forse anche dei Governi proprio cominciando da come trattano i più deboli (quelli che “non rappresentano alcuna forza”) allora dovremmo seriamente preoccuparci di come stiamo legiferando, o meglio non legiferando, per tutelare i primi e più ovvi candidati a questo status: gli animali, purtroppo seguiti, come logica conseguenza, da molte altre categorie e generi di esseri umani, ancora tristemente indifesi !

*  da unimondo.org,  23 Dicembre 2014