lunedì 12 marzo 2012

Germania, la fine degli allevamenti di visoni


Una nuova legge per la tutela degli animali è entrata in vigore in Germania nel novembre 2011. Tra le regole da rispettare alcune stanno mettendo in seria difficoltà gli allevatori di visoni, costretti a modificare le gabbie e ad avere spese molto più alte.

Alcuni allevamenti hanno chiuso, gli altri stanno facendo ricorso, per ora con risultati negativi. Potrebbe essere la fine degli allevamenti teutonici, che fino ad oggi hanno portato alla morte di 380.000 visoni ogni anno.
La nuova legge tedesca non vieta l’allevamento di animali destinati ad essere scuoiati per le pellicce, ma ha fissato degli standard per la dimensione delle gabbie e arricchimenti ambientali che avrebbero ridotto di quasi il 60-70% il numero di animali allevabili negli attuali allevamenti. Se consideriamo la spesa per l’ammodernamento e il cambio delle gabbie e una diminuzione di pelli prodotte ogni anno è facile capire come molti allevamenti, soprattutto quelli meno ricchi, abbiano deciso di chiudere.

Dei 20 allevamenti di visone attivi fino all’anno scorso, con una produzione annua di 380.000 pelli, sembra che al momento ne siano rimasti solamente 10. Il numero si è quindi immediatamente dimezzato, ma andrà a diminuire ancora in seguito alle sentenze dei tribunali ai ricorsi degli allevatori.

Ci sono infatti ancora 4 allevamenti con ricorsi pendenti, in attesa di una risposta. La prima risposta data ieri dal tribunale di Munster è stata negativa per gli allevatori che avevano fatto ricorso: il tribunale ha deciso che la legge non è anticostituzionale e gli allevatori vi si devono adeguare.

Ben 3 allevatori hanno dichiarato che stanno attendendo l’esito dei ricorsi degli altri per decidere su una eventuale chiusura, mentre di altri 3 non si sa al momento lo stato, se chiusi o aperti. Ma gli attivisti sono sicuri che solo due grosse aziende tra quelle presenti potrebbero permettersi di adeguarsi agli standard o violare apertamente la legge e pagare le penali. Tutti gli altri saranno costretti alla chiusura.

La Germania non è sicuramente annoverata tra gli stati più importanti per la produzione di pelli di visone in Europa, ma questo drastico crollo della produzione, in un momento di difficoltà anche in altri paesi produttori è un ottimo segno.

L’allevamento per produrre pelli si sta spostando sempre di più in paesi come la Polonia o la Grecia, considerati finora delle oasi pacifiche in cui espandersi, ma anche qui ci sono non pochi problemi: in Polonia sono state bloccate da proteste le costruzioni di alcuni allevamenti (di allevatori finlandesi che volevano sfuggire ai problemi degli animalisti), mentre in Grecia le liberazioni di visoni hanno colpito grossi allevamenti, nell’estate del 2010 ben 50.000 visoni sono stati infatti liberati in una sola notte vicino a Kastoria.

Non esiste quindi alcuna isola felice per chi vuole allevare e scuoiare animali per la loro pelliccia.

A quando la chiusura definitiva degli allevamenti italiani?

da: http://www.nemesianimale.net , 10 marzo 2012

mercoledì 7 marzo 2012

Referendum sulla caccia in Piemonte, gli ambientalisti a Cota: «Modifica la legge e risparmia oltre 20 milioni»


In Piemonte dovrebbe tenersi il 3 giugno il tanto sospirato referendum che punta ad assicurare maggiori tutele agli animali selvatici e una limitazione della caccia, ma sono le stesse associazioni promotrici della consultazione, Italia Nostra, Lac, Lav, Legambiente, Lipu, Pronatura e Wwf, a dire: «Dopo che anche i cacciatori e gli armieri hanno formalmente chiesto al presidente Cota e a tutti i partiti presenti in Consiglio regionale, a partire dalla maggioranza, un sussulto di responsabilità nel trovare velocemente una soluzione legislativa anziché spendere oltre 20 milioni di euro per il referendum, non c'è più giustificazione per affrontare questa ingente spesa che altrimenti sarebbe attribuita al Presidente Cota e alla sua Giunta, incapaci di scrivere poche righe di legge».

Il referendum, contrastato dalle giunte regionali piemontesi di centro-destra e centro-sinistra, alla fine è stato imposto da una sentenza del Tar ed ora le associazioni animaliste ed ambientaliste sottolineano che «Di fronte alla legittima aspettativa di chi ha raccolto le firme e atteso 25 anni per veder riconosciuto il diritto al voto, ma anche al difficilissimo momento economico in cui versa tutto il Paese, inclusa la regione Piemonte, sarebbe ovvio, quasi elementare, che istituzioni responsabili trovassero la soluzione legislativa che raccolga le istanze referendarie, evitando un ingente impegno economico. Basterebbero pochissime cose di buon senso, come ad esempio salvaguardare le specie minacciate e la previsione della domenica priva di pericoli per tutti, per dare risposta alle richieste referendarie. Ad oggi, tuttavia, nessuno tra i massimi rappresentanti della regione pare avere il buon senso di agire. E' insipienza o malafede?».

Italia Nostra, Lac, Lav, Legambiente, Lipu, Pronatura e Wwf concludono: «Siamo certi che in assenza di una soluzione legislativa, e se Cota e la sua Giunta arrivassero a far spendere oltre 20 milioni di euro dei piemontesi, i cittadini andrebbero a votare in massa per profondo senso di responsabilità, per dire la loro sulla tutela della natura e la sicurezza pubblica, ma anche per dotare la Regione di una legge che se davvero non riescono a scrivere adesso, possano almeno copiare dai quesiti referendari».

da: greenreport.it, 7 marzo 2012

lunedì 27 febbraio 2012

L’uccisione illegale di uccelli in Europa: avvelenamento e bracconaggio le cause maggiori


BirdLife International e Commissione europea nel 2011 ha condotto diversi studi che, secondo il notiziario dell'Ue "Natura 2000" «Hanno dimostrato che l'uccisione illegale, la cattura e il commercio di specie di uccelli europei continua ad essere un grave problema. Anche se la reale portata del fenomeno è difficile da valutare, proprio in considerazione della sua natura criminale, le notevoli conseguenze esercitate sulla conservazione, soprattutto di alcune specie, sono evidenti».

Ma dagli studi emerge anche un'altra cosa: «Contrariamente a quanto si creda generalmente, queste attività illegali non si limitano a pratiche e tradizioni condotte su piccola scala in alcuni Paesi del Mediterraneo. Oggi, l'uccisione e la cattura illegale di uccelli è stata riscontrata nella maggior parte degli Stati membri dell'Ue e, in alcuni casi, è diventata un'attività criminale a scopo di lucro altamente organizzata».

Nel luglio 2011, il Game Fund (la polizia venatoria) di Cipro ha organizzato, una Conferenza europea nell'ambito della Convenzione di Berna, per capire la portata del problema e come affrontarlo. "Natura 2000" riporta alcune delle raccomandazioni approvate nel meeting cipriota: «Differenti tipologie di attività illegali. La direttiva Uccelli stabilisce un sistema generale di protezione di tutte le specie di uccelli naturalmente presenti nell'Unione europea. In particolare, ne proibisce la cattura e l'uccisione deliberata, la distruzione o la rimozione di nidi e uova, e la detenzione di esemplari, vivi o morti, per la vendita. Alcuni metodi di uccisione in massa o non selettivi, come ad esempio ‘reti giapponesi' (mist-nets) e bastoncini di vischio, sono considerati illegali e sono elencati nell'allegato IV della Direttiva. Esistono tuttavia diverse eccezioni a questa regola generale. La caccia, ad esempio, è chiaramente riconosciuta come attività legittima. La Direttiva Uccelli consente, in conformità ai principi di una saggia utilizzazione, la caccia di 82 specie di uccelli di cui all'allegato II. Alcune specie elencate nell'allegato III, inoltre, possono essere vendute o detenute a scopo di vendita. È infine prevista la possibilità di derogare al regime generale di protezione per altre specie, per esempio al fine di prevenire gravi danni alle colture,al bestiame, ai boschi, alla pesca ... Tutte le attività esercitate non in conformità con tali disposizioni sono illegali».

I due studi Ue e BirdLife hanno identificato diverse pratiche illegali, la più importante della quale, sia per dimensioni che per impatto sulla salvaguardia dell'avifauna, «E' l'uso del veleno. In molte parti d'Europa, uccelli, soprattutto rapaci, vengono deliberatamente avvelenati poiché percepiti come competitori (perché ad esempio mangiano piccola selvaggina) o "problematici" (es. danneggiando le attività di pesca o l'allevamento del pollame, ecc ...). Alcuni vengono anche uccisi involontariamente da esche avvelenate destinate ad altre specie, come volpi o roditori». Secondo BirdLife, «Questa pratica illegale, negli ultimi 10 anni, è in aumento in 9 Paesi». I dati del ministero dell'ambiente, degli affari rurali e marini della Spagna dicono che «Negli ultimi 10 anni sono stati avvelenati 2.350 nibbi bruni e reali, 2.146 grifoni, 639 urubù dalla testa nera, 348 capovaccai, 114 aquile imperiali spagnole, 40 gipeti», impatti che hanno un forte effetto sulla salvaguardia di specie protette e rare. « L'avvelenamento è la ragione principale per la quale il nibbio reale è considerato a rischio di estinzione in Spagna», sottolinea "Natura 2000"

La seconda attività illegale più praticata è la cattura o l'uccisione degli uccelli selvatici per il commercio. «Si va dalla cattura e l'uccisione di specie protette da parte di cacciatori di trofei, collezionisti di uova, o falconieri, ecc ... alla cattura su larga scala di piccoli uccelli, in particolare fringuelli, allodole, capinere, zigoli, ecc ... operata da ristoratori senza scrupoli che li servono come prelibatezze locali Spiegano Ue e BirdLife - L'impatto ecologico è aggravato dai metodi illegali di cattura indiscriminata utilizzati, come reti e vischio». Nel 20011 a Cipro in solo due distretti dell'isola sarebbero stati catturati oltre 1,4 milioni di uccellii utilizzando». Secondo il notiziario natura e biodiversità della Commissione europea «E' ormai evidente che l'uccisione e la cattura illegale di uccelli selvatici è diventata un'attività criminale altamente organizzata» per BrdLife, «Raggiungerebbe un mercato di oltre 10 milioni di euro all'anno all'anno. È pertanto ormai obsoleta la percezione comune che vede l'uccisione illegale di uccelli come un problema su piccola scala per lo più legato a costumi e tradizioni locali».

Quali sono le possibili soluzioni a questa strage? "Natura 2000" è convinta che «La criminalità legata alla cattura e all'uccisione illegale di uccelli in Europa è una questione complessa alla base della quale risiedono diversi motivi sociali,economici e ambientali. Ciò rende il fenomeno particolarmente difficile da controllare e sradicare. Mentre l'obiettivo principale rimane una migliore garanzia di applicazione della legge a livello nazionale, vi è anche un importante ruolo che le Ong, così come la Commissione, possono svolgere per contribuire ad eliminare tali attività illegali. Uno dei compiti più urgenti è quello di incoraggiare una maggiore consapevolezza del problema, non solo da parte dei principali stakeholder o dei cittadini, ma anche delle forze dell'ordine, giudici e altri responsabili politici». Ma c'è un grosso problema: «A giudicare dal basso numero di condanne, e dalle misere ammende ad esse associate, è chiaro che queste attività illegali sono ancora troppo spesso trattate come reati minori piuttosto che gravi reati. Questo atteggiamento deve cambiare se si vuole avere una reale possibilità di affrontare la questione».

Ue e BirdLife pensano che «Ong, gruppi di cacciatori e autorità possono svolgere un ruolo non solo nella sensibilizzazione a questo problema sia a scala nazionale che locale, ma anche nello sradicamento e denuncia delle pratiche illegali. I cacciatori, in particolare, hanno interesse a garantire che non si confondano le pratiche di caccia legale con attività illegali».

U n'altra priorità sarebbe quella di «Garantire una migliore applicazione della legge così com'è. Una possibilità è quella di creare una migliore comprensione da parte dei funzionari di polizia delle questioni in gioco e del motivo per il quale siano considerate un problema, ad esempio attraverso programmi di formazione mirati o la condivisione di esperienze tra le diverse unità di altre regioni o Paesi. È anche necessario fare pressioni per ottenere maggiori risorse da dedicare alla creazione di unità specializzate nei crimini contro la fauna selvatica e raccogliere informazioni sulle operazioni illegali. Imporre pesanti multe e pene può anche fungere da forte deterrente. Si possono creare gruppi di dialogo con gli stakeholder locali al fine di evidenziare il problema e ottenere il loro supporto per lo sradicamento di tali pratiche illegali».

La Commissione europea ricorda di aver finanziato una serie di progetti Life per contrastare l'uccisione illegale e il commercio di uccelli in diversi Paesi e sta anche valutando diverse strategie «Per aumentare ulteriormente la consapevolezza e condividere le migliori pratiche tra i Paesi, ad esempio inserendo il tema nell'ordine del giorno del Forum annuale Europeo dei Giudici per l'Ambiente o organizzando sessioni di formazione per i giudici».

da greenreport, 27 febbraio 2012

domenica 26 febbraio 2012

“Basta vivisezione “, corsa per salvare le scimmie


di Claudio Del Frate *

I 900 animali in arrivo dalla Cina sono destinati a una multinazionale di Monza. Brambilla: denuncia a Procura e Nas

Si muove un ex ministro, si muove una parlamentare da sempre in prima linea nelle battaglie animaliste; e presto potrebbe muoversi anche la magistratura: il nuovo fronte della battaglia contro la vivisezione è un capannone senza insegne e senza nemmeno numero civico alla periferia di Correzzana, paese a pochi chilometri da Monza. In quella specie di sede fantasma c'è la Harlan, azienda che si occupa dell'allevamento e della custodia di animali destinati alla sperimentazione scientifica. Secondo le associazioni animaliste qui sono già arrivati dalla Cina 150 scimmie - macachi per la precisione - e altre 750 sono in viaggio, tutte destinate a morte certa in seguito a crudeli pratiche di laboratorio.


Gli attivisti anti vivisezione che per mesi si erano dati appuntamento a Montichiari (Brescia), dove ha sede l'allevamento Green Hill - una «fabbrica» di cavie destinate alla vivisezione - avevano preannunciato che si sarebbero spostati alla Harlan di Correzzana, altra azienda che maneggia animali da laboratorio. Il tam tam dice che qui stanno per arrivare - e il trasporto è già in parte compiuto - 900 primati provenienti dalla Cina e già sbarcati a Fiumicino. La catena anti vivisezionista che già si era dispiegata nel caso della Green Hill si è nuovamente rimessa in moto. Subito dopo la denuncia l'ex ministro del turismo Michela Vittoria Brambilla ha presentato una denuncia alla Procura di Monza, una ai Nas e un'interrogazione parlamentare. Tre documenti con un comune denominatore: accertare le condizioni di vita degli animali all'interno della Harlan in base alla legge che obbliga gli allevamenti a garantire spazio, luce e condizioni igieniche ottimali per gli animali. «E in quel capannone così piccolo è impossibile che per 900 scimmie siano rispettati i criteri di legge: la magistratura deve intervenire subito e fermare l'attività della Harlan», dice l'ex ministro del turismo, che chiede anche che sia ricostruita l'intera catena di autorizzazioni che ha fatto arrivare gli esemplari in Italia: «Vogliamo sapere chi materialmente ha firmato l'ok all'import di quegli animali, le responsabilità devono emergere con chiarezza».


Tempo poche ore e anche il governo interviene sulla questione con una nota ufficiale del ministro della Salute Renato Balduzzi. Quest'ultimo ha disposto controlli sull'ingresso delle scimmie in Italia e ha aggiunto che terrà monitorata a partire da oggi l'attività dell'azienda brianzola (che ha una sede anche in Friuli). In attesa che le verifiche delle autorità sanitarie arrivino a compimento, chiariscono le loro accuse i rappresentanti di «100% animalisti», la sigla che ha portato in primo piano il caso: «Siamo di fronte a una pratica non solo crudele - sottolinea il portavoce Marco Mocavero - ma anche inutile dal punto di vista scientifico: ci sono precedenti celebri che certificano l'inattendibilità dei test scientifici sugli animali».
In serata Michela Vittoria Brambilla ha rimarcato la sua soddisfazione per la mobilitazione attorno al caso Harlan: «Queste lobbies devono sapere che in Italia non potranno più fare i loro interessi: Parlamento e Regione Lombardia stanno per varare leggi che di fatto bloccheranno l'attività di aziende come Green Hill e Harlan. Ma è solo il primo passo: dobbiamo arrivare a una norma che proibisca l'allevamento e la sperimentazione con ogni genere di animale».
Nessuna replica per il momento dalla ditta di Correzzana: l'unica persona presente ieri in azienda ha negato persino che quello fosse l'allevamento al centro delle polemiche.

* dal Corriere della Sera, 26 febbraio 2012

venerdì 24 febbraio 2012

Piemonte: Caccia, fissata per il 3 giugno la data del referendum


COMITATO PROMOTORE PER IL REFERENDUM CACCIA IN PIEMONTE

IL 3 GIUGNO SI VOTERÀ PER IL REFERENDUM REGIONALE SULLA CACCIA
Ora è ufficiale: il prossimo 3 giugno, gli elettori piemontesi potranno esprimere il loro parere sulla caccia.
La Giunta Regionale ha infatti approvato ieri un Decreto del suo Presidente, il quale, in ottemperanza a quanto imposto dal TAR del Piemonte, dà l’avvio alle procedure di indizione del referendum.
Finalmente si conclude una battaglia legale durata un quarto di secolo: sono infatti trascorsi 25 anni da quando vennero raccolte 60.000 firme di elettori piemontesi in calce alla richiesta di un referendum abrogativo di parte della legislazione regionale sulla caccia. Il quesito prevede la riduzione delle specie cacciabili a quattro (cinghiale, lepre, minilepre e fagiano), il divieto di caccia la domenica e su terreno coperta da neve e la limitazione dei privilegi concessi alle aziende faunistico-venatorie, le ex riserve private di caccia.
La Regione, in tutti questi anni, non ha mai consentito lo svolgimento del referendum, con motivazioni spesso pretestuose ed illegittime, ma non ha più potuto opporsi alla sentenza della Corte di Appello di Torino di fine 2010, confermata più recentemente dal TAR Piemonte.


La scelta della data suscita però non poche perplessità: il Comitato Promotore aveva infatti chiesto che il referendum venisse accorpato alle prossime elezioni amministrative, che si svolgeranno in numerosi Comuni del Piemonte il prossimo 6 maggio: in tal modo sarebbe stato possibile risparmiare una parte consistente delle risorse pubbliche destinate all’effettuazione del referendum. La Giunta Regionale, invece, ha ritenuto di agire diversamente, adducendo problemi di carattere tecnico che in realtà si sarebbero potuti risolvere facilmente.
Il Comitato Promotore auspica che La Regione provveda ora a diffondere in modo capillare ed efficace l’informazione relativa al referendum. L’obiettivo del fronte venatorio e di numerose forze politiche è infatti quello di rendere nulli gli effetti del referendum a seguito del mancato raggiungimento del quorum dei votanti.
“Tale ipotesi rappresenterebbe però una sconfitta non tanto e non solo del fronte ambientalista ed animalista – affermano Piero Belletti e Roberto Piana del Comitato Promotore del Referendum – quanto soprattutto della democrazia e della partecipazione”.
“Auspichiamo almeno – concludono gli ambientalisti – che, in attesa dell’esito del referendum, la Regione blocchi i lavori volti a modificare l’attuale legge sulla caccia. Modifiche che vanno in senso esattamente opposto alle richieste referendarie, prevedendo l’aumento del numero di specie cacciabili, il prolungamento della stagione venatoria, la caccia con l’arco e quella a specie di uccelli protette a livello comunitario.”

COMITATO PROMOTORE PER IL REFERENDUM CACCIA IN PIEMONTE
c/o Pro Natura Torino - v. Pastrengo 13 Torino 10128 ... http://straccialacaccia.blogspot.com