sabato 11 maggio 2013

I soldati-bracconieri massacrano gli elefanti di foresta dell'Africa centrale



I miliziani centrafricani della Séléka sconfinano nei parchi nazionali in Camerun e Congo


Il Wwf lancia l'ennesimo allarme: «Lunedì i bracconieri sono entrati in uno degli habitat più unici degli elefanti in Africa, minacciando di provocare una delle più grandi stragi di elefanti in una regione dove nel febbraio 2012 i bracconieri hanno ucciso almeno 300 elefanti per il loro avorio nel Parco nazionale Bouba N'Djida del Camerun». Secondo il Wwf  il 6 maggio 17 uomini armati sono penetrati nel  Parco di Dzanga-Ndoki e si sono diretti a Dzanga Bai, una località conosciuta come il "villaggio degli elefanti", una grande radura dove ogni giorno si riuniscono tra i  50 e i 200 elefanti per bere sali minerali presenti nelle sabbie. 

Due ricercatori locali sostenuti dal Wwf  hanno detto che lunedi tre membri di questo gruppo armati di fucili Kalashnikov li hanno avvicinati nella foresta chiedendo cibo ed indicazioni per raggiungere la torre di osservazione vicina a Dzanga Bai, utilizzata da scienziati e turisti per osservare gli elefanti. Dopo aver fornito un falso percorso, i due ricercatori sono scappati immediatamente ed hanno sentito degli spari provenienti da Dzanga Bai. Sempre il 6 maggio due guardie ecologiche hanno detto di aver visto individui armati a Dzanga Bai che stavano osservando gli elefanti. Sono loro ad aver visto il veicolo con a bordo i 17 uomini armati fermo all'ingresso del parco. I bracconieri sembrano appartenere ad una delle milizie della coalizione Séléka che hanno preso il potere con un colpo di Stato nella Repubblica Centrafricana (Rca) e il Wwf « chiede alla comunità internazionale di contribuire a ripristinare la pace e l'ordine nella Repubblica Centrafricana, che è stata scossa dalle violenze e dal caos dall'inizio dell'anno e di  contribuire a preservare questo patrimonio unico dell'umanità».  

Il problema è che le milizie armate stanno attaccando anche gli elefanti nella Rca. Il 3 maggio la direttrice generale dell'Unesco, Irina Bokova, ha espresso tutta la sua preoccupazone di fronte all'aumento delle violenze armate, del braccoaggio e delle distruzioni perpetrate nel Parc national di  Dzanga-Sangha, nella Repubblica Centrafricana. Il parco fa parte dal 2012 del Tri National de la Sangha, un sito del Patrimonio mondiale dell'Unesco, nel nord-ovest del Bacino del Cogo, all'incrocio delle frontiere tra Cameroun, Repubblica del Congo (Brazzaville) e Rca. Comprende tre parchi nazionali contigui che si estendono su una superficie di 746.309 ettari e dove l'attività umana è scarsa e spesso rappresentata da tribù di pigmei che vivono in armonia con la natura.


La guerra civile centrafricana si è quindi trasformata nel saccheggio armato di preziosi ecosistemi dove vivono gli ormai rari elefanti di foresta (Loxodonta cyclotis) e nell'invasione del National park di Lobéké, in Camerun, del Parc national di Nouabalé-Ndoki nella Repubblica del Congo  e del Parc national di Dzanga-Ndoki nrella Rca. Quest'ultimo è stato letteralmente invasodale mlizie della Séléka vincitrici che vogliono spartirsi il bottino  di un'area forestale tanto vasta e ricca da essere definita "paysage du Trinational de la Sangha". «Per rendesi conto dell'importanza del paesaggio nel suo insieme  e de suoi habitat per il futuro delle risorse - dice l‘Unesco -  basti pensare che è stata istituita una zona tampone di 1.787.950 ettari che comprende la Réserve forestière di Dzanga-Sanga nella Repubblica Centrafricana che collega le due unità del  Parc national Dzanga-Ndoki». E' proprio qui che avvengno li attacchi a ripoetizione di upomini in uniforme  che hanno attaccato anche le sedi dell'Administration de l'aire protégée, distruggendoli e saccheggiandoli. La Bokova ha espresso la sua preoccupazione «Di fronte al deterioramnto della sir tuazione ed alla recrudescenza del brocconaggio ed al massacro degli elefanti che infuria intorno a questo gioiello del patrimonio mondiale» ed in viato un messaggio il primo ministro centrafricano chiedendogli di «Prendere tutte le misureurgenti per assicurare la protezione del parco e la sicurezza delle sue popolazioni». La direttrice dell'Unesco ricorda che «Dopo gli eventi tragici della Réserve d'okapis, nella Repubblica democratica del Congo e in Mali nel 2012, c'è un nuovo sito del patrimonio mondiale in Africa che rischia di essere colpito dai conflitti. Chiedo alle autrità centrafricane di agire rapidamente e di fare tutto il possibile per ristabilire l'ordine nella regione, per assicurare la conservazione dell'area protetta di Dzanga-Sangha. Chiedo alle autorità della Repubblica del Congo e del Camerun, Paesi che condividono questo sito del patrimonio mondiale, di portare questo messaggio alle autorità di Bangui e di prendere le msure necessarie per assicurare la protezione dei  Parchi nazionali di Nouabalé-Ndoki e di Lobéké di fronte a quesa nuova minaccia». Tre giorni dopo i bracconieri/militari  della Rca oltrepassavano il confine con il Camerun ed invadevano il Parco nazionale Bouba N'Djida. Jim Leape, direttore generale Wwf International, ha dichiarato: «Se non si agisce in maniera rapida e decisiva, appare molto probabile che i bracconieri potranno approfittare del caos e dell'instabilità del Paese per macellare gli elefanti che vivono in questo patrimonio unico dell'umanità. 

Il crimine contro la fauna non è solo una conseguenza dell'instabilità, ma una causa. Alimenta la violenza nella regione, in un circolo vizioso che mina la stabilità di questi Paesi ed il loro sviluppo economico. La Repubblica Centrafricana deve attuare immediatamente la promessa fatta due settimane fa di mobilitare le truppe per porre fine al bracconaggio nella regione. Il Wwf invita inoltre la comunità internazionale a fornire immediatamente assistenza alla Repubblica Centrafricana per ripristinare la pace e l'ordine nel paese e per preservare il suo patrimonio naturale unico. Invitiamo anche il Camerun e la Repubblica del Congo a fornire supporto alla Repubblica Centrafricana per preservare questo patrimonio dell'umanità, che comprende non solo Bai, ma comprende anche ampie zone limitrofe di questi due Paesi. Infine, i governi dei Paesi consumatori di avorio, in particolare la Cina e la Thailandia, devono raddoppiare gli sforzi per porre fine alla domanda, la causa principale dello sterminio degli elefanti in tutta l'Africa».

La Bokova è molto preoccupata per la recrudescenza del bracconaggio di elefanti in tutta l'Africa, dove ogni anno ne verrebbero abbattuti circa 30.000. Il 26 aprile 8 Ong ambientaliste si sono riunite a Brazzaville per chiedere agli Stati dell'Africa centrale di «Mettere fine al grande bracconaggio ed alla ctrimnalità faunistica dei quali sono vittime le popolazioni di elefanti di foresta che sono calate di circa i due terzi in questi ultimi 10 anni». Jules Caron, responsabile comunicazione del Wwf, ha detto che «La situazione è cambiata drammaticamente. Non parliamo più di bracconaggio artigianale, ma di un bracconaggio industriale, effettuato da mafie transnazionali ben organizzate e ben armate che fanno sistematicamente abbattere i più grandi mammiferi terrestri. Si tratta di una criminalità organizzata, del commercio illegale di specie selvatiche, il cui ammontare si pone tra i 7 e i 10 miliardi di dollari all'anno. Lo studio "Devastating Decline of Forest Elephants in Central Africa", pubblicato su PlosOne il 4 marzo, dimostra che le popolazioni di elefanti di foresta in 10 anni sono diminuite del 62, vittime del bracconaggio di avorio che è sempre più in mano ad eserciti e gruppi guerriglieri che trattano direttamente con le zoo-mafie internazionali.

Caron ha evidenziato che «In Centrafrica, 20 anni fa, il numero di elefanti era stimato in 80.000 e oggi si limita a qualche migliaio. All'inizio del XX secolo la Repubblica democratica del Congo contava un milione di elefanti, circa  100.000 20 anni fa ed oggi appena tra 7.000 e 10.000 e, in Congo-Brazzaville, la popolazione di elefanti è crollata del 50% in questi ultimi 10 anni».


Il bracconaggio di elefanti continua ad estendersi in tutta l'Africa centrale: «Nel parco Tri-national della Sangha, nella parte centrafricana, sono penetrati gli elementi della Séléka ed hanno fatto uscire le guardie ecologiche. Hanno cominciato ad abbattere gli elefanti. Fino a ieri c'erano stati 40 elefanti uccisi. La situazione è molto pericolosa - ha detto il direttore generale aggiunto della Wildlife conservation society (Wcs) in Congo, Jérôme Mokoko  -  In Congo il bracconaggio ha come causa, tra le altre, la povertà che spinge la popolazione ad abbattere le specie protette ed anche la proliferazione delle armi da guerra in seguito alle violenze del 1997; il Pmk (il Kalashnikov, ndr) è diventato l'arma prediletta dai bracconieri».

In un documento intitolato "Comment sauver les éléphants de l' Afrique centrale"  African Parks Network (Apn), International Fund for Animal Welfare (Ifaw), Fondation pour le Tri-National de Sangha (Ftns), Projet d'appui à l'Application de la Loi sur la Faune Sauvage (Palf), Traffic, International Union for Conservation of Nature (Iucn), Wildlife Conservation Society (Wcs) e Wwf fanno alcune raccomandazioni ai Capi di Stato dell'Africa centrale che devono « immediatamente far capire ai bracconieri ed alle reti mafiose di trafficanti che il patrimonio naturale universale della sub-regione sarà difeso; adottare un atteggiamento tolleranza zero contro la corruzione; inasprire le pene e rafforzare l'effettiva applicazione della legge; mettere l'accento sulla protezione e la buona gestione di alcune aree protette prioritarie; iniziare un dialogo con i Paesi consumatori. Il tempo stringe ed i crimini faunistici sono ancora largamente perpetrati. Siamo quindi a chiedere agli Stati dell'Africa centrale, i custodi di questo patrimonio dell'umanità, di raddoppiare i loro sforzi per salvare i loro elefanti».


da greenreport.it,  9 maggio 2013


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mercoledì 1 maggio 2013

Il koala confuso che scopre di avere la casa abbattuta



"Cosa è successo alla mia casa?". Questo koala dall'espressione perplessa e spaventata è stato scoperto seduto su una pila di corteccia sminuzzata e segatura, in un luogo che poco prima era la sua casa e brulicava di vita, all'interno del Vittoria State Forest, nello stato del New South Wales, a metà strada tra Bathurst e Orange. Gli uomini di una società di legname avevano appena finito di tagliare gli alberi. 

Ma, sebbene l'operazione fosse autorizzata e legale, lo stupore e la tristezza del koala mostrano chiaramente come le logiche umane siano lontane dalle necessità della natura e degli animali. "I koala sarebbero stati spostati dalle loro case in preparazione delle attività di disboscamento previste", ha detto il direttore generale del Wildlife Information, Rescue and Education Service (WIRES) Leanne Taylor. Secondo il Wires "è comune per i koala vagare successivamente nel loro territorio confusi perchè non riconoscono niente. 

Un lavoratore ha notato il koala che se ne stava seduto fermo in pieno giorno sul legno. È stato così per più di un'ora", con i camion e le macchine che lavorano nelle vicinanze. È stato quest'uomo ad avvertire i volontari. "Il nostro volontario è arrivato e ha assistito a questa scena: non poteva credere a quello che stava vedendo", spiega una nota. L'esemplare rimasto senza casa è stato portato da un veterinario locale per curare un ulcera all'occhio. È stato medicato e dovrebbe riprendersi abbastanza rapidamente. La speranza è che possa essere rilasciato a breve in una zona con una colonia di koala. Intanto, altri tre koala confusi e disorientati sono stati avvistati nella stessa area. Sempre alla luce del giorno, il che è molto insolito. 

( Roberta Ragni su greenme.it)

lunedì 8 aprile 2013

Caccia alla balena, il Giappone rispetti le convenzioni internazionali



L'eurodeputato Andrea Zanoni e altri 20 colleghi chiedono alla Commissione europea di esigere che il Giappone rispetti gli accordi internazionali sulle balene prima di siglare ulteriori accordi commerciali. “Basta alle deroghe e alle scuse della caccia scientifica. Tokyo rispetti gli accordi internazionali come tutti gli altri Paesi del mondo

L'Unione europea deve assicurarsi che il Giappone rispetti le convenzioni internazionali sulla tutela delle balene prima di siglare qualsiasi tipo di accordo con Tokyo”. Lo chiede Andrea Zanoni, insieme ad altri 20 eurodeputati, alla Commissione europea con un'interrogazione parlamentare. “Si tratta di una caccia proibita dall'85 per la quale il Giappone ha goduto di fin troppe deroghe. L'Ue può e deve far valere il suo peso mondiale nella tutela dell'ambiente e degli ecosistemi marini”. Zanoni chiede alla Commissione notizie della recente relazione sull'economia della filiera giapponese di caccia alla balena redatta dal Fondo internazionale per il benessere degli animali (IFAW) che, purtroppo, pare basarsi solo su dati forniti dal Giappone stesso.
Prima di avviare nuovi negoziati commerciali, bisogna appurare per bene lo stato della caccia alla balena da parte del Giappone e fare luce sull'utilizzo di parte dei fondi stanziati per le vittime dello tsunami per ricostruire questo tipo di pescherecci secondo quanto denunciato dalla collega eurodeputata Frédérique Ries”, afferma Zanoni. “L'industria baleniera giapponese è andata avanti fin troppo con la scusa ridicola della caccia scientifica. È arrivato il momento che anche Tokyo rispetti la Convenzione internazionale sulla regolamentazione della caccia alle balene (ICRW) e della Convenzione sulla diversità biologica (CDB)”, aggiunge l'eurodeputato. “Chiediamo alla Commissione europea di far valere gli accordi internazionali alla luce dell'importante ruolo a tutela dell'ambiente e degli ecosistemi terrestri e marini giocato in questi anni dall'Ue”, conclude Zanoni.

L'interrogazione è stata firmata da Andrea Zanoni, Sonia Alfano (ALDE) , Kriton Arsenis (S&D) , Gaston Franco (PPE) , Jacqueline Foster (ECR) , Julie Girling (ECR) , Mikael Gustafsson (GUE/NGL) , Sidonia Elżbieta Jędrzejewska (PPE) , Dan Jørgensen (S&D) , Jörg Leichtfried (S&D) , Kartika Tamara Liotard (GUE/NGL) , David Martin (S&D) , Cristiana Muscardini (ECR) , Bill Newton Dunn (ALDE) , Sirpa Pietikäinen (PPE) , Pavel Poc (S&D) , Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE) , Daciana Octavia Sârbu (S&D) , Joanna Senyszyn (S&D) , Keith Taylor (Verts/ALE)  e Janusz Wojciechowski (ECR).

Comunicato del 04 Aprile 2013                Email: stampa@andreazanoni.it

martedì 12 marzo 2013

Stop ai test sugli animali, bando europeo doveva entrare in vigore nel 1998



Dall'11 marzo nei 27 Paesi dell'Unione europea è entrato in vigore il divieto di vendita dei prodotti cosmetici testati sugli animali. Nessuna deroga è concessa dal nuovo regolamento europeo che dopo un percorso ad ostacoli durato vent'anni è "legge". Il bando riguarda solo i nuovi prodotti ed ingredienti che entrano nel mercato



Dall’11 marzo nei 27 Paesi dell’Unione europea è entrato in vigore il divieto di vendita dei prodotti cosmetici testati sugli animali. Nessuna deroga è concessa dal nuovo regolamento europeo che dopo un percorso ad ostacoli durato vent’anni è “legge”. Le associazioni animaliste di tutta Europa parlano del giorno che cambierà l’industria della cosmesi mondiale ed europea in particolare visto che proprio quello europeo è il mercato più grande al mondo. Unico neo è il fatto che il divieto riguardi solo i nuovi prodotti ed ingredienti che entrano nel mercato, mentre per quelli precedenti non cambia nulla. Ma, a quanto pare, meglio di così non si poteva fare.

Nella guerra degli animalisti contro la vivisezione, questa costituisce un’importante battaglia vinta. Di proibire la vendita dei cosmetici sugli animali se ne parlava dal 1993 quando si mise mano per la prima volta alla Direttiva Ue Cosmetici. In teoria questo bando sarebbe dovuto entrare in vigore nel 1998, ma tra ritardi tecnici e bastoni nelle ruote messi dai produttori di creme e simili sono passati 15 anni. Nel dettaglio il nuovo regolamento Ue 1223/2009 prevede il divieto assoluto di vendita in tutti i 27 Paesi Ue (presto 28 con la Croazia) di tutti i prodotti cosmetici contenenti ingredienti testati su animali (proprio l’estensione a tutti gli ingredienti costituisce la principale novità) in tutte le parti del mondo e per ogni tipo di esame (tossicità per uso ripetuto, inclusi sensibilizzazione cutanea e cancerogenicità, tossicità riproduttiva e tossicocinetica).

Si perché fino ad ora anche l’acqua contenuta in un rossetto o shampoo veniva testata su animali come i conigli, con iniezioni cutanee od oculari e applicazioni forzate. Milioni di animali sacrificati dall’industria mondiale della cosmesi, talvolta obbligata addirittura per legge a simili test per assicurare la non nocività di un determinato prodotto. Insomma si chiude il capitolo più aberrante della vivisezione: del resto per rossetti e fondotinta non reggeva neanche la scusa della ricerca scientifica.

Arrivare a questa messa al bando non è stato facile e fino a qualche mese fa a Bruxelles si parlava ancora di vaghe deroghe per questo o quel test. “La lobby dell’industria dei cosmetici è molto forte. Per fortuna abbiamo evitato di farle l’ennesimo regalo”, ha detto l’eurodeputato animalista Andrea Zanoni, che lo scorso settembre ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere conto dell’attività del Centro europeo Ecvam che valida i metodi alternativi anche in vista dell’entrata in vigore della messa al bando dei cosmetici testati sugli animali.

Tuttavia per evitare l’ennesimo ritardo o le deroghe dell’ultim’ora c’è voluta la campagna internazionale Cruelty-Free Internationa con decine di associazioni animaliste, come la LAV italiana, impegnate in tutto il mondo a sensibilizzare l’opinione pubblica e a lanciare petizioni. Particolarmente attiva a Bruxelles la Human Society International (HSI) a fare da “contro lobby” nei confronti del legislatore europeo e a puntare sui metodi alternativi. Si perché, anche se un po’ a rilento, le alternative ai test animali ci sono. Secondo HSI sono già stati autorizzati più di 40 metodi alternativi, che si basano ad esempio su test condotti su pelle umana ricostruita (come EPISKIN, EpiDerm e SkinEthic) e altre tecnologie all’avanguardia che non solo evitano il sacrificio di animali ma che forniscono risultati più precisi essendo tarati esattamente sull’uomo e non su altre specie viventi.

Vinta la battaglia, per gli animalisti adesso la guerra resta la vivisezione, e il terreno di scontro rimane Bruxelles, dove si stabiliscono le normative che poi tutti i 27 Paesi membri devono applicare. La petizione internazionale Stop Vivisection, che ha tra i promotori un’altra eurodeputata italiana Sonia Alfano, sta cercando di raccogliere un milione di firme in tutta Europa per chiedere l’abrogazione della direttiva 2010/63/UE sulla vivisezione e la presentazione di una nuova direttiva che preveda il definitivo superamento della sperimentazione animale e che renda obbligatorio per la ricerca biomedica e tossicologica l’utilizzo di dati specifici per la specie umana in luogo dei dati ottenuti su animali.

 *    @AlessioPisano     su ilfattoquotidiano.it        11 marzo 2013